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Viaggio a ACRI


con GIUSEPPE TOFFANIN

Articolo tratto dalla rubrica "Tempo Trovato" de L'ESPRESSO del 12 Dicembre 1982

ACRINel raccontare di Acri, caro lettore, dovrò fare la massima attenzione a non incappare in una sineddoche (quell'insidia retorica che è dire una parte di tutto). Dovrò badare a non sconfinare sulla Sila, a Longobucco, a Corigliano, sulla piana di Sibari, nei paesini dove si parla l'albanese, tutti i luoghi a breve corsa di auto da Acri, su strade stupende, i quali meriterebbero o meriteranno un discorso tutto proprio.

Di questa incantatrice Calabria citeriore lasciamo pure da parte le verdeggianti scogliere tirreniche o le coste joniche d'un blu lustro entrambe di sicura rinomanza, ma tuttavia incontaminate dalle calche e dai cementi. Acri, dove ci si giunge per caso, ma si ritorna di proposito, è in un certo qual modo al centro di tutti quei posti di una bellezza imprevista, di una suggestione antica. (Ormai credo di essermi preso il mal di Calabria, così come credo ad un prossimo grande futuro di questa regione).

A settecento metri di altitudine, alle falde della Serra Crista, inerpicata sul crinale di un contrafforte, da cui il torrente Calamo scorre verso il Mucone, sperduta tra i castagni e gli abeti della Sila Greca, tra le distese di grano duro, le agavi o soltanto i campi di pomidori, Acri va orgogliosa della sua storia: non conobbe feudalesimo, patì con fermezza assedi e distruzioni, partecipò coraggiosamente ai moti liberali.

E conserva, documenti inconfutabili, il Palazzo Sanseverino, i ruderi del castello, le sue chiese (quella del Beato Angelo, con la tomba del "predicatore delle Calabrie" è testimonianza imponente di fede e pietà sofferte). A proposito della fierezza e dello spirito d'indipendenza degli acresi, è d'obbligo aver tra mano qualche libriccino di Vincenzo Padula, uno strano abate vissuto nell'Ottocento, cronista rigoroso delle storie di briganti e d'amore, di glorie e delusioni. Sarà un baedeker indispensabile.

Se avrò trascurato tante altre cose dei suoi monumenti, del suo passato, della sua terra, di una non posso dimenticarmi: dell'ospitalità di queste genti, della loro cortesia, che diventano, senza vie di mezzo, subito amicizia incondizionata e generosa.


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